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Raffaella Palladino, Presidente di D.i.Re

Nei centri antiviolenza e nelle case rifugio della nostra rete nazionale da tempo abbiamo imparato a riconoscere il dolore che attraversa le bambine ed i bambini esposti al maltrattamento sulle madri e le gravi conseguenze che ne derivano. È proprio grazie all’osservazione dei minori da noi accolti con le loro madri che la violenza assistita è stata individuata e definita da parte della comunità scientifica e del mondo dei servizi socio sanitari.

Se è vero però che registriamo progressi in questo ambito e disponiamo di linee guida e nuove norme, ancora tantissimo resta da fare per migliorare i sistemi di rilevazione, protezione e cura. Diversi i nodi problematici con cui fare i conti, non ultimo il mancato riconoscimento di un reato specifico che faccia riferimento all’esposizione dei bambini alla violenza domestica presente solo come aggravante per alcuni reati. Resta attuale quindi una sottovalutazione del problema e dei danni che ne derivano e resta così altamente problematica nei tribunali la situazione delle donne che si sottraggono alla relazione violenta nella fase determinante in cui si decide l’affidamento delle figlie e dei figli e i diritti di visita.

Ancora troppo spesso non viene tutelato il diritto alla protezione fisica e psicologica dei bambini che non può prescindere dall’interruzione della violenza sulla madre e dall’evitare la rivittimizzazione istituzionale e, con essa, gli altissimi costi sociali che determina sul benessere dei più piccoli e dei loro percorsi evolutivi oltre che sulla trasmissione intergenerazionale della violenza. A prevalere non sono i reali bisogni dei bambini ma il diritto alla bigenitorialità del padre per quanto possa essere stato violento e maltrattante e per quanto sia disfunzionale la sua relazione con le figlie ed i figli. In questo preciso momento storico, inoltre, la situazione culturale e sociale nel paese tende a peggiorare e con più forza sentiamo la pressione politica tesa ad azzerare diritti a tutela delle donne e dei bambini dati ormai come acquisiti. Per questo l’impegno dei centri antiviolenza oltre che intervenire a livello politico ed istituzionale cerca nuovi spazi di diffusione e di disseminazione dei propri saperi adottando linguaggi comunicativi molteplici e capaci di arrivare oltre i consueti ambiti di lavoro.

In quest’ottica come associazione D.i.Re abbiamo accolto molto favorevolmente l’invito a sostenere Possiamo tenerlo con noi? riconoscendone il valore divulgativo e la capacità di incidere sulla capacità di guardare con maggiore attenzione alla realtà dei bambini, ai loro vissuti di testimoni e vittime. Un libro che crediamo possa aiutare adulti e bambini ad entrare nella complessità di una realtà drammatica quanto pervasiva di tanti contesti domestici evidenziando un mondo fatto di paura, impotenza, dolore, solitudine, colpa, allerta continua, in cui bambine e bambini smettono di essere tali e precocemente si adattano a regole di relazioni asimmetriche e prevaricanti. “Una palla sgonfia che non rotola più”. Così si sente Guido, uno dei protagonisti, descrivendo cosa prova un bambino quando vive in una famiglia dove non c’è serenità, non c’è comunicazione e rispetto, dove c’è un padre sempre arrabbiato, dove l’imprevedibile è in agguato. “Un garage per dinosauri pericolosi che possono diventare terribili se nessuno li controlla e scatenarsi contro tutti come fa il papà quando si arrabbia”. È uno dei disegni dei bimbi del libro che al pari di quelli che raccogliamo nelle nostre case rifugio esprime con la chiarezza delle immagini un trauma silenzioso per chi è esposto ad esplosioni violente ed inaspettate di violenza e all’imprevedibilità che rende insicuri e che attraverso la denigrazione e la svalutazione sistematica mina anche l’alleanza con la madre, il genitore non violento, percepita come risorsa e protezione intaccando così le basi della personalità di un bambino che sta crescendo, le sue sicurezze. Nel libro come nella vita arriva però il momento in cui sarà proprio la mamma che andrà a prenderli a scuola e li porterà via in protezione lontano dalla violenza e dalla paura.

È importante quindi che tutti comprendano che solo riconoscendo la violenza maschile sulle donne come negazione di diritti che investe anche i bambini e solo sostenendo i percorsi di liberazione delle donne e i centri antiviolenza che li rendono praticabili, sarà possibile migliorare la protezione dei bambini restituendo loro l’infanzia e il futuro.

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